Discorso del Lyricus n. 3 – La Natura della Conoscenza, 1/5 (R)

Lyricus 1Nei Discorsi del Lyricus vengono presentati alcuni concetti fondamentali in forma di dialogo, utilizzando con lo stesso fine quella che era la modalità preferita da Socrate, che attraverso tale metodo [1] (come ci ha riportato Platone nei sui “Dialoghi”) guidava il ragionamento dei suoi allievi affinchè giungessero a determinate conclusioni da loro stessi.

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Considero il Discorso del Lyricus n. 3 (La Natura della Conoscenza) il seguito ideale del Discorso del Lyricus n. 1 (Sperimentare il NdT.). In entrambi i discorsi si indaga la possibilità di avere un’esperienza diretta di ciò che sta ben oltre non solo di una possibilità umana di percezione (DLy-1), ma anche di concezione (DLy-3).

Il Dialogo del Lyricus n. 3 si svolge intorno al tema dell’ottenere la conoscenza superiore, la conoscenza divina e la sua volontà. La discussione verte sulla natura della conoscenza, che noi automaticamente riteniamo legata alle facoltà mentali/logiche, quindi suscettibile di una qualsiasi trasmissione o accessibile tramite determinate pratiche.

Studente: C’è una tecnica per giungere alla conoscenza di Dio?

Insegnante: Di quale Dio parli?

Studente: L’unica e sola sorgente di tutto.

Insegnante: No.

Come già nel DLy-1, l’insegnante porta lo studente a definire ciò che intende, e in questo caso gli chiede di “quale” Dio, così da capire meglio cosa sta visualizzando. Infatti, ciascuno di noi ha la sua idea di Dio, che è certamente data dalla cultura (più o meno) religiosa in cui si è formato, ma anche prodotta dall’elaborazione personale di quanto gli è stato insegnato.

Quella di definire con esattezza il proprio pensiero è una necessità ed anche la richiesta ricorrente in ogni discussione con James. Per esempio, a chi gli domanda se lui è un “Maestro”, James risponde:

“Ci sono così tante definizioni del termine “maestro” che non voglio dire che lo sono o non lo sono a meno che il termine non sia seguito da una definizione. Poiché non hai fornito una definizione insieme alla tua domanda, non darò una risposta. Prendo atto, però, dello spirito della tua domanda, …” (Creator, 1)

Studente: Perché allora alcuni sembrano benedetti dalla conoscenza di Dio e altri sembrano ignorare completamente la sua presenza e valore? Di certo, chi si è illuminato ha scoperto una tecnica per assicurarsi questa conoscenza.

Con l’espressione “conoscenza di Dio” si intende “sapere ciò che Dio sa o ciò che Dio vuole”. Nella sua richiesta, lo studente ritiene: 1) che gli uomini possano accedere a tale conoscenza, e crede che ci sia chi la possegga; e 2) che quelli che si presume la posseggano siano pervenuti ad essa in un modo “riproducibile o tramandabile”.

Insegnante: Non ci sono tecniche. Questo è il grande inganno diffuso nell’universo degli esseri senzienti: insistiamo a voler credere che ci sia una formula, un rituale o un maestro che ci possa dare l’illuminazione, o la conoscenza di Dio.

Una risposta simile era già stata data nel Disorso del Lyricus n. 1 (a cui rimando). Inoltre, a chi gli domandava riguardo ai livelli d’Iniziazione, James dice:

“Ci sono delle ragioni per cui non sono un sostenitore dei livelli d’iniziazione. La cosa presume che si possa imporre, o applicare, allo strumento umano un processo prevedibile a un dato risultato. Tuttavia, l’iniziato cui si chiede di sperimentare con fede questo processo, non ha una consapevolezza sufficientemente sviluppata a conoscere il “prescrittore” o il risultato che lo riguarda come individuo. Così questi hanno una fede cieca nei confronti di un invisibile “prescrittore” – condizione che trascina lo strumento umano lungo un corso di risveglio graduale e di eccessiva dipendenza a un processo uniforme.” (Creator, 3)

Nell’Intervista fattagli dal Project Camelot, James ribadisce:

Permettetemi di essere chiaro: coloro che credono che un maestro possa pronunciare delle parole speciali per loro, come nel caso del Diksha (riguardo alla kundalini) e che proprio grazie a queste parole essi siano magneticamente attratti nell’illuminazione, sono degli illusi. Se qualcuno crede di illuminarsi leggendo un libro, è un illuso. Se qualcuno crede di poter ripetere un mantra e di illuminarsi, è un illuso.

“Non sto qui cercando di essere provocatorio, ma il fatto è che semplicemente miliardi di persone su questo pianeta si illudono riguardo alle loro pratiche spirituali, l’occulto, la religione e, sì, anche la scienza. Praticano ciò che credono li porterà più vicini alla verità, quando loro stessi sono la verità e le loro pratiche creano solo mura più spesse alla consapevolezza e alla verità.”  (Intervista a James del Project Camelot, 11/2008)

Studente: Se non c’è una tecnica o un maestro, allora perché esiste tutto questo? Perché, maestro mio, siedi davanti a me? O perché ci sono qui libri e maestri istruiti e tutto questo apparato d’istruzione? Mi stai dicendo che è tutto privo di valore?

Insegnante: Quando ci sono delle domande, ci sono risposte che attendono di essere ascoltate. Tutto questo esiste per le domande di persone come te. Se tali domande non esistessero, tutto questo non esisterebbe.

Siamo all’interno della dualità: dare e ricevere – chi sente una mancanza e chi pensa di poterla colmare. Se non ci fosse una domanda non ci sarebbe una risposta. È così per tutto in questo mondo duale, ed elevarsi dalla dualità è un impegno che non ha mai fine, passando a gradi di sempre maggior raffinatezza.

Studente: Ma che senso ha se poi le risposte non mi portano più vicino alla conoscenza di Dio?

Da questo punto in poi, l’insegnante propone uno scenario ipotetico dove lo studente esprime l’idea che comunemente si ha del potere di Dio: l’essere che tutto può, nel bene e nel male. Vediamo quindi un Dio giudice (divisione tra buoni e cattivi) e un Dio benevolo (può illuminare chiunque). Tuttavia, viene anche riconosciuto che questo Dio ha dei limiti, quelli che gli impone la volontà umana: non tutti vogliono essere illuminati, anche tra i figli degli illuminati, e questo Dio non è in grado di esercitare una totale influenza. Così, automaticamente, lo studente ripropone nel suo concetto di Dio il giudizio umano di bene e male, di illuminazione, di retto governo e così via.

Insegnante: Capisci che il potere di illuminare o di distruggere è quel tipo di potere che la maggior parte delle persone affida a Dio? (…) Per questo ti ho chiesto, in via ipotetica, di recitare il ruolo di Dio.

Studente: Capisco, ma come ciò risponde alla mia domanda su come arrivare alla conoscenza di Dio?

Insegnante: Non risponde. Volevo semplicemente che tu avessi un’idea della prospettiva del Dio immaginato dagli uomini.

L’insegnante afferma che sono gli uomini che attribuiscono a Dio il potere di illuminare o di eliminare (un Dio dualistico). Infatti, nella nostra cultura a Dio attribuiamo i miracoli, la grazia dell’illuminazione (vedi Saulo/Paolo sulla via di Damasco), le stimmate; situazioni dove persone ritenute normali “ricevono” dal divino grazie e doni altrimenti impossibili. Invece, quando si tratta di dolore, sofferenza, disgrazie, apparenti ingiustizie verso degli innocenti, Dio sembra mancare o, come si pensava in altri tempi, Dio si sta vendicando o punendo qualche peccato della persona o della sua famiglia (o società, o altro).

Studente: Perché?


Insegnante: Se vuoi la conoscenza di Dio, devi avere una qualche idea dello stato di Dio.


Penso sia impossibile “avere la conoscenza di qualcun altro”, non solo di Dio, ma anche di un qualsiasi altro uomo. Si può “immaginare” attraverso le esperienze che abbiamo avuto ciò che un’altra persona può provare (e se non abbiamo avuto una qualche esperienza similare, anche l’immaginazione fallisce). Tuttavia, non saremo mai in grado di provare la stessa esatta e medesima cosa, per il semplice motivo che qualunque cosa uno provi si manifesta esclusivamente in funzione di tutte le precedenti esperienze ed elaborazioni, dal primo giorno di gestazione nel ventre materno (tutte le condizioni di vita della genitrice) a tutte le infinite interazioni con la sua realtà di vita (interazioni famigliari dirette e indirette – interazioni sociali, economiche, culturali, di educazione, d’istruzione, di salute… nonché quel quid celato che ha guidato a tutte le precedenti).

L’insegnante tenta di avvicinare lo studente non certo all’“uguaglianza di stato” ma almeno ad avere “qualche idea” di tale stato. Tolstoj ha detto “Un’idea di Dio non è Dio”. E, al riguardo, rimando anche all’esempio presentato sempre nel DLy-1 di dover avere prima l’esperienza della pioggia e del vento per poter poi avere un’idea di ciò che può essere un uragano. 

Lo studente è uno studente intelligente, per cui subito riconosce che tutto il suo dire è comunque legato a un “Dio creato dagli uomini”.

Studente: Ma io non intendevo conoscere il Dio creato dagli uomini.

Insegnante: È la sola conoscenza che puoi avere.

In questo contesto, e per come è stata inizialmente posta la questione, la risposta è una sola: tutta la conoscenza che puoi avere è mediata da filtri, in particolare da un grosso filtro/barriera: lo strumento umano (corpo-emozione-mente).

Studente: Perché non posso ottenere la conoscenza del vero Dio, la Sorgente Primaria? Perché non c’è una tecnica che posso usare per trovare e acquisire questa conoscenza?

Mi torna in mente l’immagine del pesce volante (DLy-1). Anche se è un pesce più dotato di altri a saltare fuori dall’acqua, resta un pesce e il suo salto nell’aria – per quanto superiore alla media dei pesci – si esaurisce in una frazione di minuto e limitatamente a tale frazione temporale riesce a riempire il suo ipotetico vaso della “conoscenza” del mondo aereo. Quale tecnica si può insegnare a un pesce, fosse anche un pesce dotato di un fac-simile di ali, perché possa sperimentare pienamente l’ambiente aereo o terrestre?

Qui inizia un secondo dialogo relativo a un ipotetico scenario: la padronanza sui propri pensieri.

Studente: Allora non avrebbe senso che, se avessi la conoscenza di Dio, avrei anche la disciplina per controllare i miei pensieri e le mie emozioni?

Insegnante: No.

Studente: Perché?

Insegnante: Perché la tua realtà dominante è quella di un essere umano con tutte le sue debolezze e fobie. Sei progettato per avere pensieri ed emozioni spontanei. Hai degli istinti che rispondono agli stimoli, e tu non puoi controllare i tuoi pensieri e le tue emozioni spontanee. Non puoi sopprimerle. Non puoi ignorarle. Puoi forse soffocarle, ma solo per un certo periodo di tempo.

Noi non ci conosciamo o, meglio, non sappiamo perché siamo come siamo. Diamo per scontato che “siamo” e non che “siamo diventati”. C’è certamente un inizio più “staminale” [2], dove alcune differenziazioni erano solo latenti e non espresse, ma inevitabilmente ciò che è potenziale si esprime per il fatto stesso di esistere. Come si esprime il potenziale è dato da un’invisibile costruzione di stimoli che determinano ogni singola reazione, da quelle automatiche del corpo fisico, a quelle più “costruite” nel cervello o mentali; per non parlare di quelle emozionali, così estremamente “personali” e aggrovigliate a tutto.

Nel corso del mio percorso, mi sono state fatte delle domande: quante volte “sei” chi non pensi di essere? – quante volte ti vedi come sei?riconosci quando “sei” o se “ti fai”? chi “sei” quando non sei?. Se non ci si pone queste domande, si è totalmente identificati nel proprio strumento umano. Cercare la risposta dentro di sé, con l’osservazione di sé, aiuta a porre delle distinzioni di autoconoscenza. Per quanto… “La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano” [3].

Studente: Ed è per questo che non posso avere la conoscenza Dio?

Insegnante: Esatto.

[continua]

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[1] Vedi “Metodo Socratico” in Wikipedia

[2] Vedi “Cellula Staminale” in Wikipedia

[3] Vedi  “Bayazid Bistami”, mistico Sufi del IX secolo in Wikipedia

Discorsi del Lyricus revisione 2013

Discorso del Lyricus n. 3 – La Natura della Conoscenza

– Discorsi del Lyricus Integrale (Raccolta dei 6 Discorsi del Lyricus, file unico)

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