Discorso del Lyricus n. 1 – Sperimentare il NdT., 1/2 (R)

Lyricus 1Nei Discorsi del Lyricus vengono presentati alcuni concetti fondamentali in forma di dialogo, utilizzando con lo stesso fine quella che era la modalità preferita da Socrate che attraverso tale metodo [1] (come ci ha riportato Platone nei suoi “Dialoghi”) guidava il ragionamento dei suoi allievi affinché giungessero a determinate conclusioni da loro stessi.

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Il Dialogo del Lyricus n. 1 si svolge intorno al tema dell’avere esperienza di quel che James ha definito nel Materiale dei WM il “Navigatore di Totalità”.

–   Studente: Cos’è che mi impedisce di avere esperienza del mio sé più profondo?

–   Insegnante:  Nulla lo impedisce.

–   Studente: Perché non ne ho esperienza?

–   Insegnante: Per paura.

–  Studente: Ma non è per paura che non riesco a sperimentare questo stato di coscienza?

–   Insegnante: Sì, ma non te lo impedisce.

–   Studente: E allora cosa me lo impedisce?

–   Insegnante: Nulla.

In queste prime battute viene ribadito che per quanto riguarda il nostro cammino personale verso la conoscenza o l’esperienza di noi stessi, non c’è veramente nulla di esterno che può ostacolarci.

            “Ogni individuo deve sapere di essere libero da ogni forma di dipendenza esterna.” (Filosofia, Camera 2)

            “È l’entità che sceglie di concentrarsi sugli aspetti esteriori della realtà, invece di frugare all’interno delle sue capacità e creare una realtà sovrana.” (Filosofia, Camera 3)

–  Studente: … Così mi stai dicendo che io ho paura di sperimentare il mio sé più profondo perché so che poi tornerò nell’ignoranza?

Insegnante: Sto dicendo che la paura che hai dell’ignoranza a tenerti nell’ignoranza (…) – Dopo aver sperimentato il frammento-Dio in te, hai paura di tornare al tuo sé umano (…) – È la paura di un’ombra così misteriosa, antica e primordiale che istantaneamente sai che (…) conoscerla ti cambierà irrevocabilmente (…) – È l’irrevocabilità del cambiamento, che temi.

Tutti noi abbiamo deciso in qualche forma di cambiare qualcosa nella nostra vita o ci siamo trovati cambiati da qualcosa che ci è capitato o che abbiamo compreso, e ogni volta il nostro nuovo noi ha messo in discussione ciò che prima era sempre stato serenamente accettato o ritenuto “reale”, sia a livello personale che di rapporti con famiglia, amici e amori. Quale cambiamento personale conseguirebbe all’esperienza del nostro reale sé più profondo, quel sé che non ha nome, che non si sente vincolato alla personalità che viviamo, che non ha età, legami e ruoli sociali, che – in una parola – non soggiace ai condizionamenti in cui siamo cresciuti e che, tuttavia, ci definiscono a noi stessi e definiscono il nostro mondo?

In ogni cultura e in ogni epoca storica sono vissute persone che essendo entrate in contatto con la loro più profonda essenza sono drasticamente e irrevocabilmente cambiate: Francesco d’Assisi, che si è spogliato nudo in piazza, lasciando insieme ai vestiti tutto ciò che le vesti rappresentano; Buddha, principe privo di esperienze di sofferenza, che abbandona non solo ricchezza e status sociale, ma anche moglie e figli. Gesù, che per seguirlo (per seguire il divino) chiede non solo di abbandonare le cose terrene, ma di “odiare” madre, padre, moglie, figli, fratelli, sorelle e la propria vita (Lc 14, 26).  E più vicino a noi, anche U.G. Krishnamurti  che, a un certo punto, lascia tutto e sparisce vivendo da senzatetto non per una filosofia di rinuncia ma perché vuole “essere” e basta. Di fronte a ciò, come è razionalmente possibile accettare di ritrovarsi in tali estremi? Ecco, quindi, che nonostante io possa sentire questo desiderio di profondo contatto, tuttavia temo di non poterne reggere l’effetto. Così, infatti:

Insegnante: Per far sì che lo strumento umano (il “corpo-emozione-mente” che ci definisce e in cui ci identifichiamo) mantenesse un’interazione stabile con il suo mondo i progettisti dello strumento umano avevano creato determinate limitazioni sensorie. E poiché queste non furono del tutto efficaci, fu prevista nella Mente Genetica anche la paura istintiva di essere tolti dalla propria realtà dominante.

Questa affermazione mi ha fatto molto riflettere perché contraddice alla grande ciò che da sempre credevo anch’io fosse una meta della mia ricerca: superare la condizione materiale o, per lo meno, imparare a superarla per avvicinarmi a esperienze e stati d’essere più spirituali. Lo studio del Materiale dei WM ha un po’ per volta minato questa concezione che, da un certo punto di vista, può anche essere ritenuta una “convenzione” o, in altri termini, un elemento più raffinato di ciò che comunque fa parte della nostra “realtà di consenso”[2].

–  Insegnante: Tu sei qui come strumento umano per interagire con questo mondo e sintonizzarti alla sua realtà dominante portando la comprensione del tuo sé più profondo in questo mondo,  anche se questa comprensione non è pura, forte o chiara.

In tutti i Discorsi del Lyricus (e non solo) viene continuamente sostenuto il concetto che trovarsi nello strumento umano ha uno scopo più alto, e questo “più alto” non intende che la personalità si distacchi dal suo mondo annullandosi nel nirvana o elevandosi ai cieli, ma che questa personalità meglio lo penetri e, attraverso la personalità, la coscienza d’entità possa agire in questo mondo. L’immagine che mi è venuta all’occhio della mente è stata quella di un’iniezione, dove l’ago (personalità fisica) penetra la carne (il mondo materiale) per inoculare qualcosa (la coscienza d’entità) la cui azione si espanderà influenzando tutto il corpo.

Alle ripetute insistenze dello studente di voler avere un’esperienza diretta del Navigatore di Totalità e ritenere che questa esperienza possa migliorare la sua azione nel mondo, la risposta è:

–  Insegnante: È questa credenza errata a frustrarti. Credi che l’esperienza di questa energia sublime e intelligente possa essere ridotta in termini umani? – Non ti ho appena detto che non puoi sperimentare questo stato nello strumento umano?

Un’altra affermazione che ha ridimensionato le mie aspettative di “conoscenza spirituale” è che mentre si è nello strumento umano (cioè, incarnati) non è possibile sperimentare la reale realtà del Navigatore di Totalità. Ciò che si può sperimentare o che qualcuno dice di aver sperimentato viene illustrato nel Discorso n. 4 (La Relazione con l’Universo).

Riflettendoci sopra, mi sono chiesta se il desiderio di vivere la realtà spirituale possa nascere più dalla mente che ama lo straordinario e da una personalità che cerca di essere speciale ai suoi stessi occhi – che quindi sia un’esigenza di un certo tipo di ego, l’ego che si ammanta e si crogiola nello “spirituale” – piuttosto che di una reale aspirazione dell’anima… Perché, alla fine, tutto ciò che ci passa per la mente è nella mente… e come distinguere ciò che è della mente (molto raffinata e sofistica) da ciò che è dell’anima? Si può ritenere che l’anima impersonale (Navigatore di Totalità) abbia un reale contatto con la mente della personalità? E se sì, in quali termini? E se non fossero quelli che pensiamo (la nostra mente pensa) che siano o debbano essere?

Studente: Ma  è quello che aspiro imparare. Lo si impara, vero? Non puoi insegnarmelo?

–  Insegnante: No, non s’impara. Non è insegnabile. Non si acquisisce attraverso un apprendimento, tecniche esoteriche o rivelazioni – Nessuno acquisisce queste capacità. Questo è il punto. – Nessun insegnante in uno strumento umano (cioè, incarnato) sulla Terra in questi tempi o nei tempi passati, ha la capacità di vivere come umano e simultaneamente come frammento-Dio. – Né alcun insegnante maneggia queste realtà con sicurezza e controllo.

Se avevo ancora qualche illusione, leggendo tali frasi me le sono viste sgretolare sotto gli occhi con un profondo senso di smarrimento. Le mie belle aspirazioni… castelli di sabbia sotto i colpi del vento e delle onde… ? [continua]

Discorsi del Lyricus revisione 2013

– Discorso del Lyricus  n. 1  – Sperimentare il Navigatore di Totalità

– Discorsi del Lyricus Integrale (Raccolta dei 6 Discorsi del Lyricus, file unico)

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[1] Vedi “Metodo Socratico” in Wikipedia.

[2] Si parla di realtà di consenso quando più persone sono d’accordo che una  non verità  lo sia e che quindi diventi verità. La nuova verità, appunto. In questo contesto realtà è  ciò che esiste o ciò che possiamo essere d’accordo, per consenso, che esista. [http://www.noiuomini.org/bispensiero/]– vedi anche “Bispensiero” in Wikipedia.

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